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Viaggiatori dell'Adriatico : percorsi di viaggio e scrittura / a cura di Vitilio Masiello - Bari : Palomar , 2006 - 401 p. ; ill. - recensione a cura di Monica De Rosa.


Minuscolo mare di frontiera e dell’attraversamento, l’Adriatico demarca i confini del nostro abitare, rappresenta lo spazio familiare del noto, intrinseca significanza di un’idea di mare comune, che avvicina piuttosto che dividere i popoli e non può sfuggire al legame con l’entroterra. Tentare oggi di ricostituire le mille trame che dipanandosi sulle onde dell’Adriatico hanno intrecciato nel tempo il tessuto di secolari relazioni tra le sue sponde significa sostanzialmente muoversi su una duplice, o triplice, prospettiva: su uno di questi piani prospettici si collocano le innumerevoli storie che individuano nelle sfaccettature cromatiche del bizantino thálassa le molteplici avventure, i viaggi, le speranze che si rimandano dall’una all’altra costa, che raccontano degli antichi contatti e delle contraddizioni; narrazioni che svelano l’anima del vecchio sinus veneziano, che emerge nelle sue diversificate peculiarità sempre più sottratta alla unificante visione del dominio della Serenissima. Accanto all’esperienza narrativa, si situa la ricerca, fondamentale, di radici comuni. Dagli archivi, dalle biblioteche, dai fondi polverosi e trascurati vengono a galla le testimonianze di un passato dimenticato, che restituisce realtà variegate e poliedriche a lungo incrociatesi lungo le rive adriatiche. Le iniziative istituzionali che raccolgono e fanno proprie queste istanze conferiscono, infine, veste referenziale alle tematiche volte a favorire la ricomposizione degli antichi legami; la costituzione di un’Euroregione adriatica che amalgami, nel rispetto delle specifiche diversità, l’insieme eteroclito e multiforme di genti, lingue, culture che si dipana lungo le sponde adriatiche appare, oggi, necessità culturale e politica non oltremodo rinviabile. Tra queste iniziative, a pieno titolo si colloca il progetto Viaggiadr che, mediante l’istituzione del Centro di Studi Internazionale sul Viaggio Adriatico (diretto dalla prof.ssa Giovanna Scianatico), raccoglie in una biblioteca digitale il patrimonio di libri, memorie, lettere in parte disperso e non identificato come elemento di appartenenza e specificità di area adriatica. Attraverso la catalogazione in rete del materiale e la costruzione del portale, il Centro è certamente destinato a divenire un saldo punto di riferimento nel panorama delle iniziative che si realizzano in ambito adriatico. Il volume che qui si segnala è frutto di questo progetto e raccoglie gli Atti del Convegno Viaggiatori dell’Adriatico: percorsi di viaggio e scrittura, svoltosi a Bari il 3 e 4 marzo 2006. Attraverso le sue pagine, si mostra già in modo esauriente la favorevole commistione delle tre direttrici fondamentali su cui si colloca la realizzazione geoculturale di un modo nuovo di intendere la prossimità adriatica. Negli interventi presentati si esplicano e si intersecano le differenti prospettive dell’agire presente, tese a porre in risalto la peculiare situazione del mare, che ha visto nei secoli muoversi tra le sue onde contrasti e sodalizi, alleanze e contraddizioni, in un incessante “viaggio” di mezzi, uomini e idee che lo hanno percorso con ininterrotta continuità attraverso il tempo. E tra le pieghe dei transiti odeporici, il viaggio diviene anche la metafora più idonea a tematizzare la possibilità di ripercorrere quelle antiche vie di diversità e convivenza attraverso questo progetto di cooperazione transfrontaliero che intende sia agevolare il dialogo e il confronto tra gli studiosi, sia rispondere alle esigenze di plasmare una mentalità nuova per una società che sappia apprezzare e condividere le differenze, a partire dalle proprie peculiari caratteristiche. Differenze che risultano tanto più evidenti quando ci si addentra nelle svariate anime delle popolazioni che abitano il sinus adriatico. Come segnala nell’Introduzione Vitilio Masiello, responsabile scientifico del progetto e curatore del volume, l’autorevolezza della scuola delle Annales ha dedicato specifica attenzione alle realtà dell’Adriatico, avviando un filone che, attraverso Braudel, Maurice Haymard o Sergio Anselmi in Italia, sta culminando nella imponente Histoire de l’Adriatique avviata da Jacques Le Goff nel 2001. Tale indirizzo di studi ha guidato gli ideatori e ratifica scientificamente il progetto culturale qui espresso. In questo contesto, lo studio della letteratura odeporica si pone come un’opportunità, forse la più consona – per la possibilità che ha di offrire un penetrante “sguardo da vicino” – a promuovere dinamiche di rielaborazione culturale in risposta alla sfida di una collettività che in tal senso sta già avviando processi economici, storici e sociali. Attraverso la riscoperta e rilettura delle scritture di viaggio antiche e moderne si rivelano aspetti dimenticati dei paesaggi e delle genti che hanno abitato le terre adriatiche, si riscoprono immagini inusuali, riti collettivi, credenze, tradizioni. Ripercorrendo le strade dei viandanti di un tempo paiono evocarsi le medesime storie, si percepiscono le identiche emozioni, si esperiscono ancora antichi profumi e visuali inattese. Con lo sguardo degli antichi viaggiatori si scoprono nuove prospettive e si individua l’anima perenne dei luoghi che sa riproporsi continuamente da inedite angolature, attraverso le quali si determinano i segni di una continuità storica e antropologica che si costituisce, oggi, come perno intorno al quale dipanare ogni eventuale discorso su una “identità adriatica”. Nelle pagine del volume si ripercorrono gli anfratti, i vicoli, i sentieri di località a lungo marginalizzate, mentre – ed in questo la ricerca è indispensabile – ci si accorge che solo un’errata prospettiva ha determinato a posteriori l’obnubilamento dello spazio adriatico dalla letteratura di viaggio. Si rintracciano scritture in cui, sin dal ’400, emerge la voce di questo mare e dei luoghi ad esso prospicienti. L’intrigante visione prospettata da Francesco Tateo in Percorsi umanistici dell’Adriatico abbraccia un arco temporale che si volge indietro sino a giungere alle soglie del ’300: nel 1280 il geografo toscano Ristoro d’Arezzo si esprimeva sulla composizione del mondo definendo già da allora l’Adriatico come “mare di Venezia” e già da allora sembrava abbattersi sul sinus veneziano una pesante condanna dalla quale, con estrema difficoltà, questo mare è riuscito nel tempo ad affrancarsi: […] uno grande bracio de mare […] orbiculando a modo d’uno serpente […] passa per la parte d’oriente e volgese ella parte de settentrione, et en quello loco ha fine: ella quale fine è posta una grande [città] di mercatanti, la quale è chiamata Venegia (p. 9). All’interno di un discorso geofisico che esprime un giudizio morale sulla natura, si tematizza una percezione negativa che concorre ad iscrivere questo mare nel segno dell’ambiguità: luogo di incontro tra Oriente e Occidente, per i Crociati ha da sempre rappresentato la via per Gerusalemme, la Terra Santa, e attraverso «isto totius mundi emporio» si tennero aperti i rapporti con Bisanzio, quando lo sguardo politico e storico della conquista normanna chiudeva ad est e si volgeva verso l’occidente del continente feudale. Quando il viaggio verso Gerusalemme lentamente abbandona i connotati realistici per fissarsi nell’alveo dell’immaginario (con il Galateo e il Sannazzaro, ma già prima con Petrarca), lo spazio Adriatico diventa definitivamente il luogo dell’instabilità e attraverso la rielaborazione umanistica di Michele Marullo l’immagine di questo mare, evocata per riflettere sul senso della vita e della fortuna, diviene simbolo di separazione e motivo di nostalgia. Lo spazio equoreo che ha avuto a lungo il ruolo di «spazio di conservazione e difesa della civiltà» va assumendo contorni ogni volta più sfumati, rimanendo, nella rappresentazione letteraria ed odeporica, sempre più un luogo metaforico, spirituale, assente. Nel corso del ’500, i racconti di viaggio assumono una dimensione più interiore, che non la semplice descrizione dei luoghi, divenendo racconto dell’«itinerario spirituale del viaggiatore». Nel saggio di Domenico Defilippis – L’“Itinerarium” adriatico di Ciriaco d’Ancona – la descrizione dell’Adriatico abbandona il valore esclusivamente geografico che ancora assumeva nel corso del Medioevo, per connotarsi di una valenza storica e civile che lo identifica come «culla di tutte le civiltà». L’esplorazione del territorio assume un’autonomia particolare e gli indicatori inseriti per conferire maggiore veridicità al narrato svelano i meccanismi diegetici; Ciriaco emerge come personaggio del suo stesso resoconto, e la struttura avvia quell’«inversione di rotta» che caratterizza i testi odeporici dell’Umanesimo: […] gli itinerari medievali, riproduzione asfittica dello stato della Penisola o ritratto adulterato e paludato, di origine letteraria, di una realtà ben diversa, cedevano il posto a reportages di prima mano, preludendo a quelle che sarebbero state le future specifiche del genere (p. 246). Attraverso questa densa scrittura, l’Adriatico torna a popolarsi; animato da un irrefrenabile desiderio di ricognizione delle vestigia dell’antichità, e sostenuto da una passione esclusiva per l’archeologia e l’epigrafia, Ciriaco intende far parlare gli antichi con le proprie voci, attraverso le iscrizioni e i monumenti, testimonianze del passato più fedeli di qualunque testo. Il XVI secolo contrassegna questo «brazo de mar», attivissimo di traffici e commerci, con la splendida fioritura di Venezia, «adagiata miracolosamente sul mare», e di Ragusa, che andava sviluppando una crescente indipendenza economica coniugata con l’evoluzione di un ceto dirigente altamente competente e qualificato. Lo spazio adriatico si pone come luogo di contaminazione di archetipi culturali e sociali del mondo cattolico italiano, ortodosso, serbo e musulmano: uomini che esprimono un’attenzione rivolta verso il mare piuttosto che alle valli e ai monti dell’entroterra, «modello di prossimità riuscita fra mondi complementari», come tratteggia Raffaele Ruggiero delineando l’importante dimensione culturale dell’Adriatico, appunto, Nel secolo di Lepanto; e negli stessi anni si va assistendo al fitto legame tessuto tra le terre adriatiche sotto l’egida dell’arte: dallo “stile adriatico”, il cui irraggiamento fu assicurato da maestri scultori attivi a Ragusa, Traù, Sebenico, come a Urbino, Rimini, Venezia, ai committenti ragusani, il cui ruolo nella diffusione di forme e prodotti della cultura occidentale si insinua in modo tutt’altro che secondario. Come osserva Mariella Basile Bonsante – Mercanti di Ragusa e pittura veneta sulle coste dell'Adriatico tra Cinque e Seicento –: «protesi nell’ascolto del mare intero» i commercianti, gli intermediari, i mercatanti della piccola intraprendente Repubblica di S. Biagio subiscono il perturbante fascino culturale e artistico della città lagunare. Lungo le coste, o percorrendo i centri dell’entroterra, si celano infinite e diversificate realtà di cui la penna di infaticabili camminatori raccoglie testimonianza e la pregevole iniziativa di questa ricerca riporta alla luce: minute perle impossibili da raccogliere esaurientemente nel breve spazio di questa recensione. Nel corso del ’700 un Carlo Gozzi adolescente si avventurò nelle terre illiriche per conoscere «l’indole dei militari di quel popoli» (Grazia Distaso, Fra scienza e letteratura: memorie e relazioni di viaggio «sopra le coste dell’Adriatico»). Il suo viaggio in Adriatico fu un viaggio nel mare familiare, all’insegna della tranquillità, finanche della noia: uno scomodo viaggio nel “domestico” pόntos, contraddistinto da un «ininterrotto sonniferare» che denuncia le mutate condizioni di una distesa pelagica che solo un secolo prima rimbombava dei cannoni di Lepanto o delle festose fanfare del Bucintoro, mentre dall’esperienza militare in Dalmazia emergono, nelle Memorie inutili, note e riflessioni sulla vita di uomini e donne di Zara, di Spalato o del Montenegro. «Sopra le coste dell’Adriatico» si definiscono modalità di erranza e di scrittura: da Venezia, a Zara, a Pola e sino in Puglia i percorsi adriatici si muovono nel segno della familiarità, nell’individuazione di lidi noti, nel rincorrersi e riproporsi di miti, credenze, leggende, santi rubati. Il viaggio illuministico per Adriatico, accanto alla distaccata scientificità, rendiconta la scoperta, l’osservazione e, perché no, la meraviglia, talvolta, dinanzi alle peculiarità di terre sino ad allora poco note. I tre viaggiatori olandesi che tra il gennaio e il settembre del 1778 compirono le tappe del loro Grand Tour sulla sponda adriatica italiana (Luigi Marseglia, Immagini e scrittura: la riva adriatica in un giornale di viaggio olandese di fine Settecento) registrarono l’incroyable intensità emotiva delle onde di questo mare in moto perpetuo sulle facciate veneziane, e la stessa città lagunare riveste i caratteri di quell’altrove che connota lo stupore di questa cronaca di viaggio, qualificata dai rilievi etnico-antropologici e dalle curiosità emergenti nell’osservazione dei luoghi e dei costumi. Un tour che si muove anche in luoghi generalmente meno consueti, offrendo novità nella riproduzione iconografica del paesaggio, nello schema narrativo e nelle modalità dell’esposizione. La Puglia, ad esempio, è riportata nel journal settecentesco anche attraverso la rappresentazione paesistica che orienta lo sguardo degli osservatori nel secolo dei lumi: Barletta, Trani, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Lecce divengono i luoghi ove la percezione del diverso, la ricerca dell’altro da sé sono condotte attraverso nuove modalità rappresentative, tra reportage e vedutismo. Negli stessi anni Alberto Fortis nel suo Viaggio in Dalmazia (1774) svelava all’Europa l’esistenza dei Morlacchi (Pavle Sekerus, La découverte de l’autre rive de l’Adriatique. Les sauvages Morlaques). Sul lato italiano, le terre dell’itinerario medioadriatico sono sempre state meno battute: scarse strade, infestate da briganti, vi hanno condotto rari visitatori. Sebastiano Martelli (I “Giornali di viaggio in Abruzzo” (1791, 1793) di Giuseppe Maria Galanti) argomenta sull’Abruzzo attraverso gli scritti di Galanti, illuminista del Regno di Napoli inviato più volte nella regione per osservazioni per conto dei regnanti (ed il resoconto inedito di questo viaggio viene qui pubblicato per la prima volta). L’intellettuale partenopeo raccoglie nei volumi delle sue relazioni le descrizioni dei luoghi, le città, gli usi e i costumi, le condizioni sociali ed economiche, e finanche le condizioni morali di vita degli abitanti, senza poter trattenere una nota emotiva di fronte alla bellezza e al caos della natura lungo la riva dell’Abruzzo adriatico; mentre l’intervento di Marilena Giammarco – Per acque e per terre: itinerari medioadriatici tra Otto e Novecento – offre un suggestivo affresco dell’Abruzzo nella letteratura odeporica fin de siècle, quando i viaggiatori riuscivano ad incrociare i cammini perenni e immutabili dell’antica transumanza o coglievano le suggestive vedute dalle cime del Gran Sasso da dove, secondo più di una fonte, si sarebbero addirittura scorte le coste dell’Istria e della Dalmazia. O, ancora, indugiavano sui paesaggi e i costumi abruzzesi delineando la fisionomia di una terra che cominciava ad essere il vero percorso alternativo ai giri ormai consunti del viaggio in Italia. Descrizioni, esperienze e sensazioni riportate dai viaggiatori lungo remote contrade veicolano oggi suggestive percezioni, evocando le spiagge di Prevesa, che si presentano agli occhi di Byron cupe e selvagge nonostante la loro bellezza, o la novità dei minareti delle moschee, che si fonde al fascino toccante di canti epici in lingua albanese o greco moderno. Cantati lungo le contrade balcaniche, ispirarono al poeta inglese l’equilibrio tra le prospettive occidentali e orientali posto in essere attraverso il complesso metodo narrativo di The Giaour (Annamaria Sportelli, Sulle tracce dell’infedele. Percorsi e derive byroniane). Il fascino del mondo vittoriano per l’esotico e il pittoresco trova anche espressione in The Shores of the Adriatic di Frederic Hamilton Jackson ove, nell’osservazione dei luoghi adriatici, il dato visivo acquista la sua determinante preminenza (Federica Troisi, Dall’Italia alla Dalmazia); mentre, per Tommaseo, il viaggio in Adriatico diviene esperienza poetica ed esistenziale, ed il mare la parola-chiave del suo immenso e sparso opus letterario (Sanja Roić, Tommaseo, viaggiatore adriatico). Dall’una all’altra sponda, questo mare si fa mare della circumnavigabilità percorso da peripli incessanti di uomini, mezzi, idee, cultura, ove le voci si rincorrono e le luci della costa opposta appaiono talvolta baluardi di prossimità, quando nel buio di notti secolari sembrano tanto vicine da potersi toccare, ove i Paesi che si danno la mano – come titola il suggestivo intervento di Giovanni Dotoli – dispiegandosi lungo la costa incantavano i viaggiatori francesi che provenivano in Puglia nel corso dell’800, restando colpiti dalla particolarità della «piazza» formicolante di folla, o dalle «passeggiate» per i corsi delle città che, pur nella loro caratterizzante «ruralità», erano comunque già aperte all’Europa e ai suoi influssi culturali. Bari appare a costoro come una città con due porti e due anime che ricordano Alessandria d’Egitto, e l’eco delle Medine d’oriente si riverbera nei vicoli bui dei quartieri vecchi del capoluogo pugliese. Nel ’900, le spedizioni che attraversano le arcaiche località dell’entroterra e giungono a lambire le rive adriatiche, assumono anche i connotati di un moderno vagabondaggio turistico-culturale riuscendo, tra l’altro, a riannodare i fili di un’antica coscienza identitaria svolta tra mare e montagna, tradizione e modernità. L’osservazione attenta della realtà e dei segni delle trasformazioni del presente non cancella i remoti legami con l’Est di queste «terre baciate dal mare», dove l’adriaticità prevale sovente sulla latitudine. «A Bari c’è più Trieste che Reggio Calabria»: le esperienze novecentesche racchiuse nel volume ancora una volta iscrivono l’Adriatico nel segno della continuità e dell’incertezza, portatore di un’anima duplice e sfaccettata che si riverbera tuttora, come secoli fa, nelle suggestive commistioni di etnie variopinte: sulle sponde adriatiche il tempo sembra ripetere da sempre gli stessi rituali; oggi, come nel XV secolo, la gran confusione di popoli e culture che ondeggia tra i Balcani e le rive italiane bussa prepotentemente, dopo anni di silenzio, alle porte dell’Occidente attraverso le rive basse e sabbiose della Puglia, approdando in quelle città frequentate per secoli da un poliedrico panorama umano. Raffaele Nigro, presente nel volume con Oltre il muro d’acqua, mostra di questo mare antico anche la facies moderna e consumistica, senza mancare di notare la secolare similarità di luoghi in cui echeggiano medesime commistioni musicali e si raccontano delle stesse corali migrazioni. In Orizzonti adriatici di viaggiatori e saggisti contemporanei, Elvio Guagnini sofferma lo sguardo sui bordi di una frontiera autentica e secolare, tra spazi multietnici e violentati, dove il paesaggio domestico si protende nell’esotico e costituisce la porta verso un altro mondo, da conoscere nella sua diversità. Il viaggio nel bacino adriatico diventa reportage o resoconto narrativo di una personale percezione dei luoghi (come registra Matteo Palumbo con Frammenti di un viaggio in Italia, attraverso l’analisi dei viaggi di Campanile, Piovene, Ceronetti) o metafora di una condizione irrimediabilmente perduta, come rileva la finissima analisi di Attese sul mare condotta da Raffaele Cavalluzzi nel suo intervento Biamonti verso i Balcani: attesa e angoscia del viaggio. L’Adriatico approda all’epos narrativo della modernità e diviene scena esistenziale di un percorso che implica sempre un ritorno, o determina un immaginario denso e complesso che emblematizza i rapporti degli uomini con la storia dei luoghi. «Quella del mare è una forza irresistibile che sembra voler strappare la città, confuso intreccio di strutture urbane immotivate […] alla sua insensatezza e all’immobilità del tempo» (Matteo Majorana, Un’anima color blu mare. “Le Goinfre” di Maryline Desbiolles). Journals de voyage, memorie o diari di viaggio, reportages, racconti odeporici, storie di mare e di traversate: la densa esperienza di questo volume si rivela capace di fondere già nelle sue pagine quelle dimensioni su cui, dicevamo all’inizio, articolare ogni discorso attuale sull’area adriatica. Nel contempo, non mancano esempi di altre esperienze istituzionali assimilabili per analogia tematica o di intenti. È il caso del progetto AVIREL (Archivio Viaggiatori di Roma e nel Lazio – coordinato da Vincenzo De Caprio che in queste pagine lo illustra con Federico Meschini), anch’esso espletato attraverso un portale ed una biblioteca digitale, oggi strumenti principali della trasmissione di un sapere che sempre più esce dalle aule universitarie e si fa conoscenza vera, promotrice di percorsi culturali che innestano nuovi processi di crescita sociale tra i popoli che lambiscono queste – ed altre – sponde, quelle anime “blu-mare” che si affacciano e si riflettono sulle onde dell’Adriatico.



Monografia



Palomar



2006

XXI

Saggi

athenaeum

88 7600 164 6

Atti di Convegno

Italy

Italiano




Adriatico orientale e occidentale

Odeporica delle donne, Recensioni

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