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Dedicata a Giuseppe Occhiogrosso, giovane Professore di Neurochirurgia dell'Università di Bari, la relazione di Giovanna Scianatico al Convegno Internazionale sulla Nostalgia Adriatica (Bari, 27-28 /9/ 2011)

 

 

A Giuseppe Occhiogrosso,
il ragazzo che ho visto crescere 




Un tempo brillarono per te limpidi giorni    
(Valerio Catullo, Canti)

 

Giuseppe 2

 




NOSTALGIA COME FUTURO.

ANTICO E MODERNO NELL'IDENTITA' ADRIATICA



Assente, come manchi in questa plaga
che ti presente e senza te consuma
(E. Montale, Ossi di seppia)

Questa relazione è dedicata a un mio giovane amico, a Giuseppe Occhiogrosso, un giovane collega, un ragazzo che se n'è andato alla fine dell'estate, e che resterà eternamente ragazzo nella nostra nostalgia, custodito dalla nostalgia di tutti quelli che gli vogliono bene, degli amici suoi coetanei e delle ragazze che ha amato, che invece saranno destinati a conoscere l'usura del tempo, la sua consunzione, a guardarsi nello specchio che li vide diversi.
Per tutti loro Giuseppe è una parte della loro vita, verrà integrato nel loro io, resterà come l'immagine della loro stessa giovinezza.
Quando, con gli amici del Centro di Studi e Formazione nelle Relazioni Interadriatiche e del Centro Interuniversitario Internazionale di Studi sul Viaggio Adriatico, abbiamo programmato questo convegno, pensavo che avrei affrontato il tema della nostalgia col distacco consueto verso gli oggetti di studio; invece per me è divenuto vissuto, e per questo mi è naturale dedicare questo studio e questo vissuto a Giuseppe che l'ha ispirato. Dietro le parole del mio intervento c'è la sua presenza viva, generosa, allegra e profonda, e, come sanno tutti quelli che provano nostalgia, in questo sta la sua debole forza, nel portare a presenza l'Assente, portarlo con noi, dargli continuità.
E' dunque un sentimento legato alla costruzione del Sé, in termini individuali e collettivi, affine a tutta una costellazione di stati emotivi, del lutto, della melanconia, della caducità, uniti dal tema della perdita, e in particolare del rapporto tra perdita e immaginazione, perchè il desiderio del perduto trova spazio, si esprime nel dominio dell'immaginazione.
E' anche il luogo della letteratura, quale dimora del possibile.
C'è un'immagine della nostalgia dell'Oltremare che viene dalle Occasioni di Montale, ed è l'esile figura di Dora Markus, che dal molo di Ravenna si protende verso la sua patria invisibile, all'altra sponda dell'Adriatico:

Fu dove il ponte di legno

mette a Porto Corsini sul mare alto

e rari uomini, quasi immoti, affondano

o salpano le reti. Con un segno

della mano additavi all'altra sponda

invisibile la tua patria vera.

Dora vive come figura dell'irrequietudine, protesa verso l'altrove (e l'irrequietudine della nostalgia è data proprio da questo sentirsi in un altro luogo, partecipe di un'altra città, di un altro tempo, di situazioni e rapporti umani perduti a cui si vorrebbe tornare) protesa a un altrove lontano, ma insieme molto prossimo, interno del Sé.

La tua irrequietudine mi fa pensare

agli uccelli di passo che urtano ai fari

nelle sere tempestose

 Ma per l'ambiguità della nostalgia, l'altra faccia di questa irrequietudine è un'indifferenza totale al presente, alla situazione che viviamo, alla banalità quotidiana, è incomunicabilità assoluta in confronto al passato mitizzato che si vorrebbe rivivere.

Non so come stremata tu resisti

in questo lago

d'ìndifferenza ch'è il tuo cuore [...]

Ma c'è un secondo tempo della poesia, dedicato a Dora tornata nella sua patria. Si tratta in effetti di donne diverse; ma non è la realtà biografica che qui interessa, bensì quella simbolica.

Ormai nella tua Carinzia

di mirti fioriti e di stagni

china sul bordo sorvegli

la carpa che timida abbocca

Il ritmo del verso è cupo e basso, segnato dall'ormai.
Perché non si dà mai ritorno.Vladimir Jankélévitch ha scritto che Ulisse non ritornerà mai a Itaca, nel senso che l'Ulisse che vi fa ritorno vent'anni dopo è un altro uomo, e troverà una Penelope ch'è un'altra donna, e alla sua isola, come scrive Omero, arriva, ma non la riconosce. Anche Itaca è altra dal suo ricordo.
Lo stesso accade a Dora, che ritorna, ma non è più l'inquieta ragazza le cui parole iridavano come le scaglie della triglia moribonda, è divenuta una donna priva di movimento, una donna che non ha voce, destinata a guardarsi allo specchio annerito che la vide diversa, mentre la sua identità personale si trasforma in quella collettiva del popolo ebraico (sono gli anni del nazismo) e l'armonica della storia è guasta, nell'ora che abbuia, sempre più tardi.
Perchè questo accade nella nostalgia: il dolore del ritorno (da nostos, ritorno, e algos, dolore) a un luogo perduto, divenuto inaccessibile, si trasforma nel dolore di un tempo perduto, il luogo diviene figura del tempo, di un passato irreversibile. Realtà spirituale bifronte, nel suo volto di malattia la nostalgia è regressione, accidia, indifferenza al reale che diventa vuoto, assenza, incomunicabilità.
Ma se l'oggetto della nostalgia è il tempo perduto, e in qualche modo il rapporto coi morti, citerò un'altra tra le più note Occasioni di Montale, La casa dei doganieri, la cui protagonista (ma si tratta ancora una volta di una figura simbolica) è una ragazza morta giovane  forse in realtà mai entrata in quella casa, distrutta in effetti molti anni prima:

Tu non ricordi la casa dei doganieri

sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:

desolata t'attende dalla sera

in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri.

La casa è un simbolo della nostalgia, attende vanamente senza posa di riaccogliere la ragazza che v'entrò una sera. Ancora una volta è il tempo che scorre, e che rende l'esistenza irreversibile e il ritorno impossibile, a innescare il rovello dell'assenza:

Libeccio sferza da anni le vecchie mura

e il suono del tuo riso non è più lieto

la bussola va impazzita all'avventura

e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna

la tua memoria; un filo s'addipana.

Non di meno qui, incerto, comincia ad apparire l'altro aspetto, il valore positivo della nostalgia: un filo si riavvolge, ma -scrive Montale - Ne tengo ancora un capo. C'è la volontà di trattenere ancora un capo del filo che unisce nonostante tutto:

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana

la casa e in cima al tetto la banderuola

affumicata gira senza pietà.

Ne tengo un capo; ma tu resti sola

né qui respiri nell'oscurità.

Sono i giri del tempo che segnano il ciclo del susseguirsi degli anni. Ma nella solitudine e nostalgia dell'io che scrive si apre una possibilità, un passaggio, un varco. Montale li chiama disguidi del possibile, eventi che si compiono nell'immaginario, espressi in forma di domanda, irruzione di un tempo altro, un tempo sacro non secolarizzato, in cui è possibile la compresenza del 'già' e del 'non ancora':

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? [...]

Il buio dell'orizzonte notturno sulla scogliera si accende a tratti simbolicamente di una luce. E' una possibilità espressa in forma di interrogazione. Si dischiude un passaggio? Si può recuperare il rapporto? Ed io non so chi va e chi resta è la perplessa conclusione, aperta, della Casa dei doganieri.
Oggetto della nostalgia è dunque l'rreversibile del tempo; ma la sua caducità, la caducità della bellezza, degli affetti, delle vite umane, toglie forse loro valore e significato? Anzi! La durata effimera in qualche modo ne aumenta la preziosità. Diversamente la nostra vita non avrebbe senso, contrassegnata dalla finitudine e dalla caducità, inchiodata a una dimensione spazio/temporale senza recupero.
C'è però una possibilità, un tentativo di volgere, di trasformare in positivo il dolore della nostalgia, c'è una possibilità di riattualizzare il passato. Non in forma regressiva, non nell'estenuarne stanchi modelli, ma nel portarlo avanti, nell'aprirlo al futuro.
Per esempio, se pensiamo al mito rousseauiano dell'uomo di natura, quando Rousseau scrive nel Discorso sull'origine della disuguaglianza che l''uomo di natura era buono, libero e felice, e che la società l'ha reso schiavo, crudele e miserabile, questa asserzione nostalgica trova sbocco in un altro discorso: sul Contratto sociale. L'uomo deve recuperare quella mitica passata condizione di libertà, di uguaglianza, di felicità, proiettandola nel futuro attraverso la fondazione di un nuovo contratto sociale.
O ancora, quando Schiller dichiara superate le antiche modalità dell'idillio pastorale (si tratta sempre del conflitto settecentesco tra civiltà e natura) e ogni forma di restaurazione conservatrice, invita però l'uomo a recuperare e sviluppare la sua nostalgia per i valori della passata condizione di natura, a sentirsi in un rapporto risolto con il mondo e con se stesso, senza rinunciare al progresso, piuttosto correggendone gli errori e orientandolo alla totalità di un più alto modello umano.
Mi fermerò su un'altra testimonianza letteraria assai suggestiva, fondata su un rapporto col passato teso a ricrearlo, a proiettarlo nel futuro, passando per la consapevolezza della sua fine.
Goethe - di lui si tratta, e di un passo del Viaggio in Italia - desiderava fi dall'infanzia, per ragioni legate alla sua intimità amiliare, intraprendere questo viaggio. Ma oltre a ciò l'Italia diviene alla fine del settecnto la terra della classicità, la terra dell'incanto. La gRecia è nelle mani dei Turchi, quindi assai difficilmente paticabile, e il Sud dell'Italia, la Magna Grecia, rappresenta la solarità dell'Ellade, la bellezza, il passato dell'arte e della civiltà. Il mito nostalgico dell'antico rappresenta anche, nell'età neoclassica, un nuovo modello antropologico: un uomo libero, protagonista di uno sviluppoo democratico delle istituzioni.
Nel testo Goethe rievoca un sogno di carattere simbolico fatto poco prima di partire (un sogno realmente compiuto, di cui possediamo testimonianze):

Sognai d'approdare con una barca piuttosto grande a un'isola fertile e lussureggiante di vegetazione, dove sapevo che si potevano trovare dei fagiani bellissimi. Mi misi subito a trattare con gli abitanti perché mi procurassero tale selvaggina, ed essi me la recarono in quantità, già uccisa. Erano bensì fagiani, ma, secondo come tutto suole trasfigurarsi nei sogni, le loro lunghe code erano costellate d'occhi multicolori, a somiglianza di quelle dei pavoni o dei rari uccelli del paradiso. Me ne empirono la barca a profusione [...] e i mucchi erano così splendidi che le grandi code variopinte, pendendo all'esterno, formavano nella luce dl sole il più magnifico e abbondante fascio che si possa immaginare [...]. Così solcammo l'onda tranquilla, mentre io già facevo mentalmente i nomi degli amici ai quali distribuire que colorito tesoro.

Evidentemente quest'isola è l'Italia, come luogo della classicità. La metamorfosi dei fagiani nei rari uccelli del paradiso è un segnale che rimanda al mito dell'Eden, di un bene perduto, di un luogo perduto di felicità che è nel passato dell'umanità e anche di ciascun uomo - che si identifica con l'infanzia - ma insieme, nella loro densità di segno, di simbolo, li uccelli mostrano il volto della morte. Il passato è trascorso, bisogna prendere atto della sua fine perchè possa rivivere, trasmigrare, tornare a fiorire. 
E' questo il punto: l'arte classica dalla Grecia viene portata nell'Europa del Nord, tra gli amici della Germania; deve rivivere, riattualizzarsi, avanzare nel futuro. L'uomo nuovo si deve fondare sul passato per realizzare una palingenesi (è il mito neoclassico/illuministico che precede la Rivoluzione francese) attraverso la proiezione dell'antichità, del passato, sull'orizzonte del futuro.
E' un esempio di come, prendendo coscienza di una fine, sia possibile trasformarla in una rinascita, in un nuovo principio. Da qui deriverà il neoclassico, e da quello, contradittoriamente, nascerà il romantico, l'arte moderna.
Se con questo sogno siamo entrati nel dominio dell'immaginario e dell'inconscio, apprendiamo da Jung che il mito e l'immaginario appartengono alle profondità della psiche collettiva e che nel mondo moderno il predominio, la prevaricazione della ragione critica ( l'intelletto, a dirla col Simmel sociologo della società metropolitana, il predominio dell'intelletto) ha impoverito e raggelato la vita.
Jung sostiene che l'inconscio, gli archetipi, i miti vanno portati a presenza, vanno fatti affiorare alla coscienza perché arricchiscono la nostra vita, e che questo compito è essenziale, giacché la parte dell'ombra, le segrete pulsioni possono rivelarsi fortemente distruttive se restano oscure dentro di noi, possono emergere in forme disastrose, essere manipolate politicamente (il riferimento è al nazismo). Sentimenti di odio, di vendetta di rancore possono alimentarsi di quello che è sepolto nella psiche, se questo non viene portato a coscienza, non viene conosciuto e discusso.
Anche per questo è necessario coltivare, prendersi cura del passato che è in noi, del valore della nostalgia, per opporsi ai suoi usi distorti, che potrebbero rivelarsi particolartmente pericolosi in situazioni storiche di recenti conflitti tra popolazioni confinanti. Il versante individuale di questo sentimento è strettamente connesso alla autocoscienza collettiva.
Jung si riferisce al mondo degli archetipi, situazioni mitiche primordiali che noi -ognuno di noi- sempre riviviamo, che consapevolmente o inconsciamente riattualizziamo.
L'iconscio -scrive Jung- è la terra dei morti, in esso si esprimono le voci dell'irrisolto, dell'irredento; ma noi li portiamo con noi, li facciamo vivere attraverso di noi.
L'impegno etico dell'uomo è anche questo: riattualizzare il passato, ridare vita a quelle che sono state le sue possibilità inevase, inespresse, realizzare le sue speranze. E' un compito faticoso, che suscita intimi conflitti, nel ritorno al mondo degli archetipi che si rinnovano, che noi sempre riattualizziamo, nella nostalgia che ci spinge verso le origini, mentre avanziamo dal presente nel tempo del futuro.
E' un tema che percorre tutta la narrativa di Tomas Mann, ma particolarmente è oggetto dichiarato dei quattro romanzi di argomento biblico relativi alla storia di Giuseppe e i suoi fratelli.
Mann ne riprende le vicende dalla Genesi, lavorando però a ricostruire un immaginario unitario, inglobandovi elementi del cristianesimo e delle antiche religioni orientali.
Alla scoperta, alla ricerca delle origini, lo scrittore si volge a interrogare, a penetrare nel pozzo del passato, a scavare nella tradizione che ci appartiene e alla quale apparteniamo. Il pozzo può essere il luogo della morte, dove il passato si è inabissato, ma è anche il luogo dell'acqua che fa risorgere, che ridà vita, acqua sorgiva che porta nuova vita. Perchè al passato e alla morte noi apparteniamo, ma il nostro compito è di trarne la vita.
C'è una scena, in uno di questi libri, in cui Ruben, il maggiore dei fratelli, si avvicina al pozzo dove Giuseppe, il ragazzo, è stato buttato, e trova però la pietra scoperchiata e il pozzo vuoto; davanti ad esso grida tutta la sua e la nostra angoscia, delusione, la sua e la nostra disperazione:

Giuseppe - gridò- io volevo salvarti, volevo aiutarti con le mie mani a uscire dalla buca. [...] Dove sei? La tua porta è aperta. Tu sei perduto. Io sarò perduto. Dove andrò ora? Ora che non ci sei più.

Ma c'è una strana biancheggiante figura (in realtà è un angelo) che sta a guardia del sepolcro vuoto. A Ruben che gli chiede se il ragazzo è morto o vivo, l'angelo risponde che se quello che prima si è affidato alla polvere e si è calato nel suo grembo era vita, ne verranno fuori vita e ristoro centuplicati.
L'importante - è questa la funzione dell'angelo - è tener vivo il germe dell'attesa, perchè tra ricordo e attesa si costruisce la nostra vita e la nostra identità individuale e collettiva.
Importante è tener viva l'attesa; il compimento si avvera a poco a poco nella storia faticosa degli uomini, o in quella collettiva dei popoli: solo se scende nel grembo della terra e se muore , il grano porta molti frutti.
In qualche modo esiste un rapporto di ambiguità tra la morte e la vita, ma di un'ambiguità ridente, e la nostalgia è una forma di mediazione fra di esse. Il tempo ciclico dell'eterno ritorno si oppone al tempo lineare che si autodistrugge e si consuma -e ci consuma-.
In questi romanzi manniani rivivono gli archetipi profondi della psiche collettiva: il paradiso perduto, il sacrificio del figlio, il diluvio universale; ogni volta che questi grandi eventi si ripetono (si pensi ai maremoti, alle alluvioni che periodicamente devastano la terra), si ripetono riattualizzando un passato mitico. Ma anche la vita degli individui rivive, autocoscientemente, gli archetipi mitici:

Noi camminiamo su orme, e tutta la nostra vita non è che un riempir di presente le forme mitiche originarie.

E' un eterno presente fuori dal tempo che continuamente riviviamo. Così la nostalgia può ribaltarsi nella ricchezza del futuro. C'è dunque una possibilità di volgerne in positivo il sentimento, di renderne fecondo il dolore: riattualizzare il passato, proiettare quel che ci sta alle spalle sull'orizzonte del futuro, dove nostalgia e utopia, in sé opposte, possono coincidere.
L'espressione una volta ha un doppio significato: può voler dire passato, tradizione, ma può significare un tempo che deve ancora venire, deve compiersi, può essere futuro, profezia, è una parola carica di presente potenziale.
E lo sguardo della nostalgia, nella sua duplice valenza individuale e collettiva, può essere rivolto alla storia dei popoli dell'Adriatico.
La nostalgia è un processo di lunga durata, e nella costruzione di un'identità collettiva cresce su un ritmo plurisecolare, non è qualcosa di cui si possa non tener conto, da buttar via, nella logica dissennata del consumo che elimina quel che apparentemente non serve più, una volta che una nazione si sia formata; ne andrebbe la perdita di significato dell'identità della sua popolazione, di tutte le sue intime risorse.
L'Adriatico (quando parlo di Adriatico, vorrei pensarlo nella sua accezione antica, che lo identificava con lo Ionio, mi riferisco quindi a un mare e a dei territori più ampi rispetto alla definizione attuale) ha una storia plurimillenaria, una radice storico-culturale comune che è presente e confermata oltre che dai ritrovamentoi archeologici da alcuni miti comuni: degli Argonauti, di Ulisse, delle Elettridi, delle Diomedee.
E' una storia frastagliata: c'è stato nel mondo antico un movimento di colonizzazione prima da Est a Ovest, poi da Ovest a Est; nell'età moderna si è realizzata la comunanza creata dal predominio veneto, comunanza anche di caratteri antropologici stratificati nel tempo, cui ha fatto seguito la comunanza asburgica che ha introiettato segni e valori dell'impero austro-ungarico, ancora con una stratificazione profonda. Al tempo stesso ci sono state lunghe separazioni, e aggregazioni parziali ad Est, come nell'impero turco, o, da ultimo, per l'influenza sovietica.
A partire dall'ottocento però si erano affermate impetuosamente la nascita e la diffusione dei sentimenti nazionali, e questo sentimento della nazione spesso nasce proprio dall'esilio, dalla nostalgia di un luogo perduto, ed è un esempio di come attraverso la lontananza si costruisca l'idea di patria, forse più intensamente che dall'interno.
Poi le popolazioni adriatiche hanno conosciuto le lacerazioni del novecento, le lotte terribili che si sono sviluppate sia tra la sponda occidentale e orientale - tra l'Italia e diversi Paesi dei Balcani - sia all'interno degli stessi Balcani fino alle guerre degli anni novanta. Il novecento ha visto episodi terribili, esili coatti, deportazioni di massa, uccisioni, violenze compiute - è il male della guerra - da tutte le parti.
Il rischio è che sedimentino rancori e odi, supportati dal ricorso distorto a cupe mitologie nostalgiche, rendendo impossibile l'impegno comune di ritrovare una identità condivisa, integrata, nel rispetto delle differenze.
All'obiettivo di far conoscere il proprio Paese e la propria cultura, gli Stati adriatici debbono accompagnarne un altro: recuperare dal passato e sviluppare non solo le tradizioni singole, dell'Italia, della Croazia, del Montenegro, della Macedonia e così via, ma, contemporaneamente, la civiltà adriatica integrata di cui tutti siamo parte, di cui condividiamo l'eredità, il retaggio che ci appartiene e ci unisce.
Possiamo ritrovare il senso di quello che è stato chiamato da Matvejevic mare dell'intimità, ossia, secondo tale concetto, luogo familiare, dove si proiettano volti , affetti, e ricordi comuni che colorano la nostra vita, luogo della condivisione e del riconoscimento?
E' possibile riconoscere e coltivare una nostalgia, una memoria, un'identità collettiva? Possiamo pensare a realizzarla anche attraverso forme quotidiane e concrete, come la costruzione dell'euroregione?
Ci troviamo in un momento difficile, in cui, senza retorica, dobbiamo riconoscere che l'Europa è a rischio. Eppure l'Unione è stata realizzata, e intendiamo darle continuità e allargamento. L'Europa occidentale ha attraversato secoli di guerre, e quei confini che hanno visto tanti morti, che sono stati trincee, oggi sono caduti.
Si tratta dunque di un'utopia realizzabile, e l'utopia è il lievito delle riforme, senza utopia non ci sarebbero riforme.
Possiamo (e dobbiamo) coltivare insieme la nostra tradizione, sviluppare quel che siamo in grado di portare a integrazione e riorientamento della comune identità europea. Senza lasciar liquidare come "nostalgico" - in senso negativo e retrivo - , un diverso punto di vista sul mondo, un punto di vista "meridiano" - come lo ha definito Franco Cassano - e critico, di cui siamo portatori in quanto popoli dell'Europa adriatica del Sud-Est (e ricordo che la prima idea di Europa nasce in Macedonia), a patto di non dissolvere la memoria identitaria che insieme ci distingue e ci accomuna.
Opposto al rischio delle mitologie reazionarie, delle nostalgie fondamentaliste, c'è un più sottile ma ugualmente insidioso pericolo che non va sottaciuto, l'inseguimento di un altro mito: di una occidentalizzazione globale e utilitaristica, in cui la memoria diventa un peso e un ostacolo nella corsa all'omologazione, il pericolo di quel futuro alienante che ha sistematicamente manipolato e azzerato il passato, metaforizzato nel fosco romanzo di Orwell 1984.
La lezione della nostalgia adriatica è all'opposto quella della paziente ritessitura di un discorso tra le due sponde, di una tela dai molti fili, dalle molte tradizioni e autonomie, che si vanno a intrecciare in una comune appartenenza.
Riprendendo una bella immagine dalla ricerca di Enrica Simonetti sui fari dell'Adriatico, possiamo visualizzare gli andirivieni, le linee di continuo zigzaganti tra una costa e quella di fronte, come la metafora di una continua larga e paziente opera di ricucitura, di risarcitura dei legami tra Oriente e Occidente.
E se dobbiamo reagire alle rovine che la storia ci ha lasciato, cercando invece di portarne a compimento le possibilità inespresse, le forme avanzate di una nuova pacifica comunanza nel bacino Adriatico, forse, alla ricerca di 'un'altra storia', la letteratura può aiutarci, in qualche modo le anticipa . Una letteratura condivisa. Perché la letteratura è una forma di fondazione dell'identità.
Dobbiamo recuperarla e rilanciarne la consapevolezza nel futuro. Il passato è gravido di attualità, se la nostalgia è in grado di ridestarlo, di tenerne vive le attese.
Già oggi ricerche sulla letteratura dell'Adriatico si fanno carico di riprendere il filo del discorso dell'unità perduta, o della tensione, delle aspirazioni inevase ad essa, non senza tener conto dei conflitti, delle contradizioni, delle ferite che vanno sanate. Tendono, come dichiara Marilena Giammarco, alla riscrittura di un'altra storia, da opporre all'insensatezza della storia quale è stata, tendono a destare i morti e ricomporre l'infranto, il cumulo di rovine verso cui si volge inanemente l'indimenticabile figura dell'angelo benjaminiano.
Questo sta a noi: salvare, portare a presenza quel che amiamo del passato, proiettarlo nel futuro, perché , ancora con Benjamin, solo quel passato è morto, che non rivive per noi.

                                                                                      Giovanna Scianatico




Nota bibliografica

Sono stati citati, nell'ordine: E. Montale, Le occasioni (1939), a cura di D.Isella, Torino, Einaudi, 1966; V. Jankélévitch, L'irréversible et la nostalgie, Paris, Flammarion, 1974; J.W. Goethe, Viaggio in Italia (1829), trad. it. Milano, Mondadori, 1983; C.G.Jung, Ricordi, sogni,(1961), trad. it. Milano, Il Saggiatore, 1965; G. Simmel, Le metropoli e la vita spirituale (1903), trad. it. in T. Maldonado (a cura di), Tecnica e cultura. Il dibattito tedesco fra Bismarck e Weimar, Milano, Feltrinelli, 1979; T. Mann, Le storie di Giacobbe (1933), trad. it. Milano, Mondadori, 1980; Id., Il giovane Giuseppe (1934), trad. it. Milano, Mondadori, 1981; Id. Giuseppe in Egitto (1936), trad. it. Milano, Mondadori, 1981; Giuseppe il nutritore (1943), trad. it. Milano, Mondadori, 1982; P. Matvejevic, Mediterraneo . Un nuovo breviario (1987), trad, it. Milano, Garzanti, 1991; F. Cassano, La rotta del Sud, <Lettera Internazionale>,108, II trimestre 2011; G. Orwell, 1984 (1948), trad. it. Milano, Mondadori, 1973; E. Simonetti, Luci sull'Adriatico. Fari tra le due sponde, Roma-Bari, Laterza, 2009; M.Giammarco, Il "verbo del mare". L'Adriatico nella letteratura, I, Bari, Palomar, 2009; W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, trad. it. in Id., Angelus novus. Saggi e Frammenti, Torino, Einaudi, 2006.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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