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IL CANTO DI NATALE... NELLA RICORRENZA DELLA NASCITA DI GIUSEPPE OCCHIOGROSSO. Un articolo di Giovanna Scianatico con gli auguri di serene festività a tutti gli associati del CISVA. [Leggi tutto...]

Giuseppe 1

    
 
Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio  (Isaia, 9,5) 
 
Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace,
del messaggero di lieti annunzi che porta la salvezza (Isaia, 52,7)

C'è uno scaturire dei viventi dai morti, non meno che dei morti dai viventi
  (Platone, Fedone)

 

I versetti di Isaia che da secoli generazioni cristiane ripetono nella notte di Natale ci saranno di conforto e sostegno nell'attraversare l'amaro dialogo platonico, per una riflessione su questi tempi d'avvento, a partire dalla nostra identità culturale greco-giudaica.*
Siamo abituati da tempo immemorabile, nella tradizione religiosa cristiana che ha modulato la nostra civiltà, a riconoscere a Pasqua, nel rinnovarsi delle feste pagane della primavera, della ripresa del ciclo vegetativo della natura , un rituale che ricompone la violenta frattura tra vita e morte, che ne prospetta un rapporto pacificato, nel nome dell'eterna vittoria della vita che risorge.
Eppure solo attraversando la morte, la consapevolezza del destino che segna irreparabilmente il vivente - ogni cosa che nasce - possiamo aprirci al profondo senso religioso e laico del Natale, al suo reale valore di festa, che è il valore stesso della vita, che niente, che nessuna fine può offuscare.
Tempo di attesa.
A dissolvere quel sentimento inquietante di raccolto e sospeso mistero, il sentimento oscuro del sacro, della sacralità della vita che avvolge ogni nascita, nei racconti di Natale del Nord, da Hoffmann ai Buddenbrook, narrati attraverso gli occhi dei bambini, di colpo si spalancano le porte della stanza dell'albero carico di candele, di fiori e di doni, e si entra nello spazio luminoso della festa.
E' il simbolo di ogni nascita, la gioia dell'avvento.
Eppure c'è in essa una inconfessata rimozione del buio, dell'inquietante, la rimozione collettiva e individuale dell'ineludibile rapporto della gioia col dolore.
A Natale, e ad ogni nascita, si rinnova segretamente in ciascuno il desiderio di tornare all'incanto dell'infanzia, di ritrovare il tempo del miracolo, dell'avvento di un'era di pace e beatitudine, come risuona nei canti natalizi. Si ignora la croce cui verrà appeso il bambino la cui nascita annunziano lieti gli angeli ai pastori, come il destino di solarità e sofferenza che attende ogni essere umano che viene al mondo.
Eppure ci sentiamo sempre più maturi e diversi, sempre più nostalgici degli esseri amati perduti, di cui il rituale ciclico accentua il sentimento di mancanza.
Contraddizioni che non si sciolgono se non attraverso la sfera affettiva , se non attraverso uno specchio individuale di emozioni e ricordi , in cui ciascuno possa rivedersi e riconoscersi.
Il tempo gioioso dell'attesa, è allora, risalendo negli anni in fondo allo specchio, la vigilia di Natale del 1973, il giorno della nascita di Giuseppe.
Ma oggi, che abbiamo attraversato i campi di cordoglio in fiore * *, oggi come riavvalorare quei giorni?
C'è uno scaturire dei viventi dai morti , non meno che dei morti dai viventi.
Emergendo improvvisa dalle pagine del Fedone, l'affermazione di Socrate morente mi ha afferrato e ha avuto per me subito un nome.
Sicuro, disperato, tenace, carico di promessa, è insieme oscuro e esposto al dubbio questo rapporto reciproco tra l'esistenza e la morte, forte e fragile è questo circolo ambiguo nel suo intimo significato che afferra e volge le nostre vite nel suo movimento labile e irriducibile, qualunque valore, religioso o laico, ci sentiamo di proiettarvi nell'interpretarlo, nel portare a presenza quel che più ci manca.
E' un'esperienza umana condivisa, qualcosa che tutti abbiamo provato, salvo che il tempo, farmaco di tutti i mali, stende per noi la sua coltre pietosa su questa spirale socratica, una coltre che a tratti si strappa, e improvvisa gioia e disperazione ci riafferra.
Parlandomi dunque di lui, di Giuseppe, del mio giovane amico allegro e generoso che se n'è andato da un anno, il dialogo platonico mi cattura, come coinvolge ciascuno chevi si rifletta nello specchio della propria nostalgia, ponendo  delle domande che riguardano intera la persona: ragione e cuore.
I millenni hanno steso sulla scena del dialogo platonico, facendone il simbolo, il pacificante colore della buona morte; ma si dimentica che si tratta in realtà di un suicidio, della scelta di morire. La scelta pur dolorosa e lacerante, per sé e per gli altri, in cui ognuno può affermare la sua libertà:

A Pochi è serbato un impulso sì forte all'azione / da buttarcisi e ardere nel pieno del cuore/quando la lusinga a iorire come aria notturna /raddolcita/ accarezza la giovinezza della bocca e le palpebre: / forse agli eroi, forse ai predestinati anzitempo al di là: / la morte giardiniera piega ad essi le vene in altro modo. / Corrono a precipizio: avanti al proprio sorriso / .../ Sì, strano come l'eroe è vicino ai morti giovani.

Nel passare dei secoli la figura di Socrate ha assunto il valore archetipico del dramma martirologico, di agnello sacrificale, di sofferenza ed espiazione per l'ingiustizia dei più; ma un altro più disperato archetipo dell'umano sta nel grido dei versetti di Matteo, dove qualcuno vive fino in fondo l'esperienza dell'abbandono e della solitudine , senza nessuno attorno a sé, né dentro di sé: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Da allora nessuno è veramente solo, se può riconoscersi , se può ritrovare - non deporre - e condividere in quell'estrema esperienza dell'umano il suo peso di angoscia; come può riconoscervisi nel momento della nascita , a Natale.
Potremo mai anche noi rallegrarci, come nei versetti seguenti , ritrovare qualcuno in Galilea?
In che modo riafferrarci a quel circolo vitale che esiste tra il vivente e il mortale? Riaffermare la forza scardinante dell'amore?
Quotidianamente Giuseppe mi parla: attraverso il mio desiderio, il mio rivedere la sua alta figura nelle stanze dove cresceva insieme a mia figlia, nel riascoltarne parole casualmente memorizzate, nell'intuirne i pensieri; a volte attraverso le cose: le foto sulla scrivania nelle sue diverse età, l'odore disperso di un vecchio pullover di Shetland verde del sottobosco, il dono desiderato di un mappamondo. E scriverne afferma il bisogno del custodirne e protrarre la vita; perché lo scopo della scrittura è la lotta contro la morte. Ma c'è insieme l'angoscia dello scrivere parole che mai avrebbero dovuto essere scritte, c'è la ribellione impotente contro l'assurdo, contro quel che mai avrebbe dovuto essere accaduto, i giorni della disperazione, accanto ai giorni dell'avvertire consolante la sua presenza.
Tre fotografie.
Nell'angolo di una cornice è infilata una vecchia immagine quadrata dai colori viranti al seppia: è estate; di traverso su un passeggino a fasce sorride un bambino appoggiandosi sull'orlo con la manina grassoccia. Sorride ma è come se ridesse, nella bocca dischiusa, negli occhi pieni di luce, nel breve ciuffo gonfio sulla fronte: sicurezza e felicità.
In Spagna, nel cortile davanti al portale di una chiesa, sorridono alti e abbracciati un ragazzo e una ragazza, semplici nel loro vestire approssimato, tra i fregi barocchi della facciata e il mediterraneo rigoglio fiorito delle piante, sorridono di una mite, ingenua e seria felicità.
Infine un'istantanea, scattata dall'interno della macchina. La strada larga ai due lati, tra un muro a secco e bianchi caseggiati; macchine, molte moto davanti. Solo un frammento del volto, riflesso nello specchietto retrovisore: è l'immagine spirituale del suo sguardo intenso, profondo, luminoso, riflessivo. Una strada anonima, ma dove, oh dove è quel luogo – io lo porto nel cuore - un attimo come tanti, di vita, fermato da un obiettivo amoroso.
Questo celebra la festa del Natale, celebra la vita. La vita che non perde valore, la felicità vissuta che non si annulla.
Scrive Magris che tutti, anche noi, una volta , siamo stati Dei, che c'è stata un'ora della nostra esistenza in cui abbiamo vissuto […] in un'inalterabile promessa di felicità.
E' difficile ricomporre la nostra vita, il Natale che non sarà più lo stesso, anche se nel cuore della casa, un alberello acceso di piccole luci, un suo dono lontano, terrà viva la presenza e la voce dell'assente.
Ma è sprecato vivere rimuovendo i dolori: E sono invece / la fronda del nostro inverno, il nostro sempreverde cupo / uno dei tempi dell'anno segreto, ma non solo / tempo, - son luogo, sede, campo, suolo, dimora.
Ricomporne il senso, il rapporto con la felicità inalterabile, che non si annulla per la natura labile di noi esseri effimeri, è forse il compito delle nostre vite.
La festa di Natale e la ricorrenza fatidica della nascita di un essere amato celebrano il valore della vita, e delle sua vita, per lui e per quelli che lo hanno amato e lo amano.
Ed il valore della vita è irrevocabile, non scolora col suo venire meno:

Di noi, i più effimeri. / Ogni cosa / una volta, una volta soltanto, una volta e non più. / E anche noi / una volta. Mai più. Ma quest'essere stati una volta, anche una volta sola, / quest'essere stati terreni resta irrevocabile.

                                                                                               Giovanna Scianatico

 

* Versione integrale dell'articolo Il canto di Natale è un volto mai finito pubblicato in data odierna sul quotidiano <La Gazzetta del Mezzogiorno>

* *Questa , come tutte le altre citazioni non diversamente segnalate, proviene dalle Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke.

 

 

 
 

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