Strumenti personali
Tu sei qui: Home Scrittura creativa Lampo piccolo e splendore
Azioni sul documento

Lampo piccolo e splendore

 
Lampo piccolo e splendore.
Luci sul Quarnaro 
L'Adriatico non è solo una via d'acqua; è anche una via lattea. […] la costellazione più affascinante […] comincia a Trieste, prosegue in Istria con Punta Salvore, e poi via giù, con San Giovanni in Pelago, Porer davanti a Capo Promontore, Sànsego, e avanti ancora, fino in Montenegro, oltre le Bocche di Cattaro.
Paolo Rumiz, “La rotta per Lepanto. Il labirinto chiamato Dalmazia”,La Repubblica, 13 agosto 2004
 
Le isole si salutano fra di loro, dall’estremità dei promontori e delle vette dei rilievi, con la luce dei fari.
Giacomo Scotti, L’Arcipelago del Quarnero, 1980
 
 
 
 
 








Punta Unietta Vnetak
Antonio D'Amicis


Isola marinara
 
Nell’arcipelago del Quarnaro c’è un’isola dove un tempo nascevano bambini di nome Orizzonte e Aliseo. Figli di una gloriosa marineria di ascendenza veneziana, da grandi erano detti capohornisti per via dei viaggi che facevano a bordo di velieri tanto favolosi quanto reali. I loro vascelli lunghi fino a quarantacinque metri avevano tre o quattro alberi con mille metri quadrati di velatura, ed erano stati costruiti e varati sull’isola stessa, in uno degli squeri di Lussinpiccolo o Lussingrande.
        Imbarco a tre/quattro anni col padre capitano o uno zio - sbarco due anni dopo per frequentare le scuole dell’imperial regio governo austroungarico - traversate dall’Atlantico all’Indiano al Pacifico - le carriere di quei lupi di mare si assomigliavano un po’ tutte, sempre intervallate dai ritorni all’isola amata. Erano sprezzanti del pericolo i capohornisti, ma come si conveniva a dei capifamiglia isolani, a casa erano sobri e morigerati, anche se nessuno di loro disdegnava l’aria mondana che si respirava a Lussino. L’isola di fine Ottocento era proprio da cartolina e attraeva un turismo d’élite che vantava perfino l’Arciduca Carlo Stefano d’Asburgo tra i frequentatori abituali….[1]
        Di quei navigatori coi cognomi in -ich – Budinich, Cosulich, Martinolich – oggi a Trieste rimane il mito di argonauti moderni, insieme ai diari di bordo, ai ritratti dipinti dal goriziano Giuseppe Tominz, agli ex-voto conservati nella Chiesetta della Madonna Annunziata a Cigale, alle fortune ingenti tutt’ora investite in compagnie di navigazione…
 

…noi della razza di chi rimane a terra
 
In confronto, i lussignani che rimanevano sulla terraferma sembravano dei telemachi sbiaditi. Nelle famiglie più in vista, chi non prendeva il largo era spesso l’imbarazzante eccezione che conferma la regola. A fronte di fallimentari iniziazioni, un mesto e definitivo cicio no xe per barca era la sentenza inappellabile del babbo capitano e dei fratelli marittimi, essendo i ‘cici’ quei pastori istriani di origine romena tradizionalmente inadatti alla navigazione e più portati a rubar cavalli. Spediti a Trieste o Vienna per studiare da dottore o avvocato, spesso ‘quei marziani’ tornavano a Lussino per esercitare la professione e rimanerci. Oltre a loro, a popolare l’arcipelago c’erano madri e mogli col bernoccolo degli affari e un senso acutissimo del risparmio, una mularìa numerosa e impegnativa (i ragazzini), le famiglie più modeste dei marinai, i pescatori, i contadini, la sfilza dei barba (anziani), i bottegai, i preti, le mùnighe (monache), il personale di servizio nelle ville e negli hotel, infine gli addetti ai fari e alle lanterne. Lontano dall’epica del viaggio e al sicuro dalla tragedia del naufragio, spettava a loro garantire il rientroai giramondo. Non di rado, più dei monsoni e degli alisei, erano le secche vicino casa i veri ostacoli al rientro nel porto natio.
        I fanalisti chiudevano sia il cerchio delle avventure lontane dei capitani sia quello della ristretta comunità isolana. Tutti li conoscevano per l’importanza del loro incarico, se non per la stravaganza del loro domicilio. Eppure, rimarrebbero ben poche tracce di loro se Sisinio Zuech, chersino di origine e triestino di adozione, non avesse scritto il romanzo Il custode del faro (1985)[2] e Lino Carpinteri & Mariano Faraguna non li avessero immortalati in alcune maldobrìe[3].


Case sul mare

Anche i fari del Quarnaro, come quelli istriani e dalmati, erano sorti nel secondo Ottocento sotto auspici imperial regi. Si trattava di edifici voluti dalla Marina austro-ungarica e costruiti in pietra istriana, la stessa che nei secoli precedenti aveva dato stabilità e bellezza ai santuari di Santa Maria della Salute a Venezia e della Madonna a Loreto. Bianchissima, abbacinante, la pietra calcarea conferiva loro un’aura sacrale, forse perché ogni blocco era stato sagomato dai discendenti taiapiere di Marino e Leo, i santi scalpellini originari del Quarnarolo che avevano ricostruito Rimini distrutta dai Liburni, diffuso il Cristianesimo in Romagna e fondato gli omonimi centri del Montefeltro.
        Gli ‘appartamenti’ massicci dei fanalisti erano progettati per resistere ai più tremendi fortunali, erano spaziosi e potevano ospitare anche diversi nuclei familiari con molti viveri, rifornimenti e le scorte di petrolio per alimentare la lanterna. Enormi cisterne raccoglievano acqua piovana. Oggi, i fari di Morter, Vnetak, Gruìzza, Trstenik oppure Zaglav ci sono ancora tutti, e a guardarli dal mare colpisce la sproporzione tra gli scogli esigui sui quali poggiano e la mole esagerata dei loro gusci. Questi e le scale a chiocciola dentro torri ormai disabitate fanno pensare a gigantesche conchiglie arenate su spiagge di ciottoli bianchi.
        Nel romanzo di Zuech, il giovane Alì, ultimo dei ventidue figli di Elìa e di Lucìa, si stabilisce coi genitori proprio sull’isolotto di Zaglav al largo di Cherso. Dopo tanto pericolar per mare, finalmente, il Ministero della Marina austroungarica ha concesso al babbo un’occupazione stanziale e lo ha destinato al faro omonimo costruito nel 1876. Iniziata a bordo del bastimento «San Gaudenzio», l’educazione del ragazzo culmina proprio lì, in un’atmosfera fantastica movimentata dalle scappatelle del cane Fido, le astuzie del gatto Miarù, le acrobazie della foca Cassandra e i tuffi di un delfino amico. Arca di Noè all’alba del diluvio della Grande Guerra, il faro di Alì è anche la dimora di una comunità prospera e amorevole, in cui la pesca al dentice e al branzino è sempre miracolosa e il pesce cucinato dalla mamma è una leccornia da gustare a bòcadesidera. 


 vnetak unije old card

 
Mal di faro

Presso le famiglie dei lanternisti non sempre prevalevano opulenza e armonia, anzi sovente gli eventi della quotidianità erano resi drammatici dal disagio e sortivano esiti tragicomici. E’ questo il caso di Barba Checo nella maldobrìa in cui, acciaccato e dolorante, è costretto a consulti medici piuttosto improbabili. Da tempo il vecchio custode abita con la moglie Tona il faro dello scoglio di Gruìzza, sorto nel 1872. A fare da comprimario nella vicenda, il dottor Coglievina, l’unico di una famiglia di capohornisti che no gaveva volesto navigar. Laureatosi a Padova, Coglievina aveva ottenuto la condotta sulla tranquilla isola di Unìe, senonché quando il collega Colombis aveva perso le gambe in un incidente, si era dovuto accollare anche la spettanza del villaggio di San Piero dei Nembi. E San Piero è su un’altra isola dell’arcipelago. Così, proprio lui che soffriva il mal di mare, due volte a settimana doveva imbarcarsi per andare da Unìe a San Piero con un vaporetto di linea la cui rotta prevedeva il transito vicino a Gruìzza.
        Il rito si ripete con una tale regolarità che, giunti in prossimità dello scoglio, il Capitano del vapore è ormai abituato a ordinare al macchinista Avanti adagio, quasi indietro! e a ridere. Presta perfino il suo cannocchiale al dottore affinché possa esaminare la lingua del Barba che come al solito non si sente bene. Date le circostanze, però, le diagnosi di Coglievina non brillano per acume, e i suoi consigli dati ‘al volo’ e con la nausea non superano un Metévese la panzeraaaa! un Ciolé salicidatoooo! o un Ciolé magnesiaaa! Del resto, allora la medicina non era quella di oggi, e a valere – ricordano Carpinteri & Faraguna – era il principio del colpo d’occhio e del niente schifo pel malato
        Un giorno dunque, al passaggio del vaporetto, Barba Checo non compare, e la moglie se ne sta seduta tutta sola sulla bitta del molo a recitare il Rosario. Lo scambio di battute tra Tona e il dottor Coglevina in transito conclude la maldobrìa:
- “Tooona, cossa xe? Come ve sta barba Checo?”
- “Morto el me xeee…Ale sie ore stamatina bonora el me xe mortoooo!”
- “Cossa vòleee, Tona mia? Anca la scienza ga i sui limitiii…”



Caghinacqua
 
Se alcuni custodi abitavano fari robusti costruiti su scogli minuscoli e deserti, altri vivevano alla periferia del paese e si occupavano delle lanterne sui promontori e dei semafori agli imbocchi del porto. Piero Tomìnovich era uno di quelli, ma anche per lui a Lussino la vita del lanternista non era certo rose e fiori. Intestarditosi nel volere un figlio maschio a tutti i costi, si era ritrovato a vivere nei locali angusti della lanterna insieme alla moglie e a sei figlie Maria, Vanda, Nevina, Nives, Mercedes e Pierina. La casa era tanto piccola da non avere nemmeno il gabinetto e da meritare a Piero e alla sua prole il soprannome eloquente di caghinacqua. In paese, tutti sapevano che Piero gaveva pensieri perché con quela misera pagheta de fanalista che el gaveva, no ghe vanzava e no ghe rivava, e che le sue figlie si ammalavano spesso, anche di tifo dato che ve magnava pantalene (patelle) sui scoi rompendole col sasso.
        La figliola più piccola di Tomìnovich, però, a dieci anni ha testa e volontà, e un giorno, mentre trasporta con fatica un secchio troppo grande per lei, nei pressi della lanterna fa l’incontro che cambierà la sua vita per sempre. Coi capelli rasati per via del tifo, e con indosso una vecia maia del padre a righe che ghe rivava fino ai zenoci, Nives s’imbatte nel Sior Nicolò Nicolich, un facoltoso armatore del luogo che passeggia marinavia. Sarà che i bambini son tutti còcoli, sarà che la Nives intenerisce per quella sua intraprendenza ostinata, Nicolich, che è già piuttosto avanti con l’età, finisce per prendersela in casa, finché non la sposa prima al figlio maggiore Zaneto, e in un secondo tempo, morto Zaneto di tisi, al secondogenito Tonin. Ma l’Austria dichiara guerra alla Serbia e anche Tonin muore prematuramente in Galizia. Al che, Nives vedova per ben due volte, Sior Nicolò stesso la impalma facendone una signora e subito dopo l’ereditiera più in vista de Lussin. Il tutto sotto gli occhi attoniti delle comari che guardano alla figlia del fanalista con un misto di ammirazione e di sdegno.
        Tristemente, Piero Tomìnovich il fanalista, rimasto anche lui vedovo e solo alla lanterna, non troverà mai il coraggio di annunciarsi alla servitù del palazzo in cui ora abita la sua figlia ricchissima e sola, intimidito com’è dalla granda scala de piera bianca che gli si para davanti ogni qualvolta vi si avvicina.
 
 
 
La carriera di un fanalista
 
Una figlia poteva anche aver fortuna, ma difficilmente il lanternista riusciva ad arricchirsi e a far carriera. Anche se esercitata nella più totale abnegazione, la sua professione era destinata a diventare inutile e a scomparire. In questo senso, è paradigmatica la maldobrìa di Barba Mate, il quale, vedovo della vecia Martinàzinca e senza figli, era contento di starsene alla lanterna di Ponta Sant’Andrea a coltivare l’orto e tenere tutto nel massimo ordine. La sua, secondo l’ordinamento della Fanalisteria austroungarica, era una Lanterna di Prima Classe, bela, tuta de piera, cola grùa per el caicio e machina a vapori de spirito…che fazeva i lampi e, co’ iera caligo, nebia insoma, volendo anca splendori,… zerto che per far splendori andava assai più spirito … Come Primo Fanalista, a Barba Mate nel giro di qualche anno sarebbe spettata una pensione di cui rallegrarsi. 
        Mate era generoso e di buon carattere, un guardiano cui stavano a cuore sia il buon funzionamento e la manutenzione della lanterna sia la sorte dei velieri lussignani di ritorno dalle Americhe o dall’Oriente. Una volta aveva ‘fatto splendori’ salvando in extremis il «Cinque Fratelli» del Comandante Nicolò Nicolich – quello della Nives – che rientrava in piena notte nel bel mezzo di una burrasca. Nicolich, per riconoscenza, gli aveva fatto recapitare di nascosto una cassa di rum bianco di Jamaica di contrabbando, quel che i ghe dava ai marineri inglesi sule barche de guera inglesi: zinquanta gradi. Che bisognava béverlo tuto de un fià…opur col’acqua calda.  Barba Mate era al settimo cielo e l’aveva raccontato perfino a Rimbaldo, che iera Finanza…ma che per fortuna iera un bon omo. Aveva anche promesso che quando a settant’anni sarebbe andato in pension cola pension intiera de Primo Fanalista avrebbe fatto una grande festa e invitato tutti a bere rum bianco di Jamaica insieme a lui. 
        Capita però che il Governo Marittimo di Pola decida di costruire un faro a Ponta Tibidabo. Elettrico. Faro ad arco voltaico proprio, no lanterna, dunque la Lanterna di Ponta Sant’Andrea può sì ancora servire come segnale di imbocco di porto – lampo picolo – ma di fatto come lanterna non occorre più. Al faro di Ponta Tibidabo mettono un boemo che viene da Pilsen, dove la Skoda produce i moderni apparecchi per il funzionamento dei fari, e a Mate consentono di restare alla lanterna a fare ‘lampo piccolo’ fino all’età pensionabile ormai prossima. Mate, amareggiato, si rassegna e non vede l’ora di chiudere il servizio in bellezza festeggiando con le dodici bottiglie di rum bianco di Jamaica. Mancano solo pochi mesi al suo settantesimo compleanno. Una notte, alla lanterna, è seduto in terrazza a rollarsi uno spagnoleto (sigaretta), quando si accorge che ci sono lampi e sta appressandosi un terribile temporale. Subito ricorda che in Capitaneria di Porto ha sentito dire che proprio quella sera il «Cinque Fratelli» dell’amico Nicolich dovrebbe rientrare da un viaggio. Vede peggiorare la situazione del tempo, sente tuoni fragorosi, vorrebbe fare dei segnali per aiutare Nicolich e l’equipaggio del «Cinque Fratelli», ma ormai è abilitato a fare solo ‘lampo piccolo’ e non ha petrolio a sufficienza per lanciare un segnale più potente, per far splendori insomma. La situazione precipita e Mate si strugge sul da farsi finché non si decide ad agire. L’indomani, passeggiando al porto vede Sior Nicolò Nicolich che fa marenda a bordo, lo saluta e accenna al fortunale della notte precedente. Nicolich lo ringrazia di cuore per i segnali e gli dice: Stanote gavé fato più che lampi, gavé fato splendori, mi calcolo. Morale, raramente si è vista una lanterna che funziona a vapori di rum bianco di Jamaica. Dodici bottiglie ne ha versato Barba Mate, tutte e dodici per fare fino in fondo il suo mestiere e accendere splendori alla lanterna. Altro che festeggiamenti!
        Sempre così andava a finire la carriera del fanalista, presto o tardi anche lui diventava inutile e si ritrovava a ciondolare sul molo per ciapar la zima dell’ultimo vapore in arrivo…Eppure, vien da chiedersi commossi se il ‘lampo piccolo’ dei guardiani di lanterne non sia stato altrettanto eroico dello ‘splendore’ dei vagabondi capohornisti. Delle proprie sorti ingrate, i fanalisti del Quarnaro potrebbero dire – e a ragione – quello che spesso il dottor Coglievina si sentiva ripetere dai pazienti: me sento qua soto la boca del stòmigo come un’amarezza, un’ossession…


 lanterna Tominivich lussino



  [1] Come è noto, ai giri di valzer seguirono malinconia e tragedia. Mentre la marineria velica tramontava sostituita dalla navigazione a vapore, gli ultimi capohornisti venivano travolti da uno o due conflitti mondiali, e costretti a scegliere l’esodo o a sentirsi stranieri, per sempre sull’isola di sempre. Lussignano come loro, il velista Agostino Straulino vincitore dell’oro italiano alle Olimpiadi di Helsinki (1952) è forse stato il capohornista più avventuroso e triste che l’isola marinara abbia mai avuto.


 [2] Nato a Lussinpiccolo nel 1898, Sisinio Zuech ha studiato medicina a Padova e Vienna, ed è stato medico, poeta, drammaturgo e romanziere a Trieste. In Suva, un’isola, un mondo (1966) ha ripercorso la propria infanzia sull’isola di Cherso.


 [3] Maldobrìe: dallo slavo malo dobro = poco bene, mica bene, dunque ‘marachelle’, ‘scherzi’, ‘goliardate’, storielle ambientate sulle isole adriatiche dell’Austria Felix. Inventori e mattatori incontrastati del genere, i triestini Lino Carpinteri & Mariano Faraguna ne hanno scritti interi volumi a partire dagli anni Sessanta, incorniciando ciascuna maldobrìa come fosse un aneddoto che l’ex-marinaio in pensione sìor Bortolo racconta alla comare sìora Nina presumibilmente al mercato del pesce di Trieste. Al pari dei fanalisti del Quarnaro anche Carpinteri & Faraguna insieme a Zuech ora rischiano di essere dimenticati, ma questa è un’altra storia, e più che il mare e gli arcipelaghi riguarda la cultura e la letteratura.


 [4] Navigatori esperti dell’arcipelago del Quarnaro e pescatori valenti sostengono si tratti di una rotta impossibile, quanto meno contorta. Bisogna pensare, però, che le rotte dell’immaginario non richiedono alcuna attendibilità per essere vere.
 
 
  
Bibliografia

Sisinio Zuech, Il custode del faro, Edizioni Italo Svevo, Trieste, 1985

Lino Carpinteri & Mariano Faraguna, “La lanterna di prima classe”, in Noi delle Vecchie Province, Edizioni de la Cittadella, Trieste, 1971

Lino Carpinteri & Mariano Faraguna, “Mal di mare”, in Povero nostro Franz, Edizioni de la Cittadella, Trieste, 1976

Lino Carpinteri & Mariano Faraguna, “Un posto al sole”, in Viva l'A, Edizioni de la Cittadella, Trieste, 1983
 
            
          

         





               
               
 
 

Sviluppato con Plone, il sistema open source di gestione dei contenuti

Questo sito è conforme ai seguenti standard: